martedì 21 gennaio 2014

IL “TEOREMA” DI PASOLINI LO STIAMO VIVENDO TUTTI



DI PEPE ESCOBAR
asiatimes.com



BOLOGNA –  Nelle prime ore del mattino del 2 Novembre del 1975, all’Idroscalo, squallida borgata alla periferia di Ostia, fuori Roma, fu ritrovato il corpo martoriato e schiacciato dalla sua stessa Alfa Romeo, di Pier Paolo Pasolini, intellettuale e regista di grande rilievo degli degli anni ‘60 e ’70.

Era difficile da immaginare in quel momento un connubio più sconcertante e straziante di tragedia greca e iconografia rinascimentale, su uno sfondo che sembrava uno dei set dei suoi stessi film, con l’autore immolato proprio come il personaggio principale di Mamma Roma (1962), in prigione, steso per terra alla maniera del Cristo Morto – Lamentazioni di Cristo di Andrea Mantegna.


Sembrava una storia tra omosessuali finita male: il ragazzo diciassettenne fu accusato di omicidio, ma venne fuori che era anche legato ai neo-fascisti italiani. La realtà dei fatti non è mai venuta a galla. Quello che emerse fu che “la nuova Italia – o gli effetti della nuova rivoluzione capitalista – aveva ucciso Pasolini”.
“QUELLI DESTINATI A MORIRE”
Dopo la laurea in letteratura presa nel 1943 all’Università di Bologna – la più antica università italiana – Pasolini avrebbe potuto fare qualsiasi cosa.  Oggi, un Pasolini sarebbe praticamente impensabile. Sarebbe solo un UFIO (oggetto intellettuale volante non identificato); un intellettuale totale – poeta, drammaturgo, musicista, scrittore, sceneggiatore, teorico letterario, regista e analista politico.

Per gli italiani colti, era essenzialmente un poeta (e allora era un grande complimento, decenni fa…). Nel suo capolavoro – Le ceneri di Gramsci (1952 – Pasolini tracciò un formidabile parallelo, in termini di creazione di un ideale eroico – tra Gramsci e Shelley – anche lui casualmente sepolto nel Cimitero di Roma. In un certo senso, una giustizia poetica.

Fu facile, poi, il passaggio dalla parola all’immagine. Il giovane Martin Scorsese restò folgorato la prima volta che vide “Accattone” (1961), per non parlare del giovane Bernardo Bertolucci, che visse tutto in prima linea, sul campo, essendo stato uno cameramen di Pasolini stesso.   Quindi, lo possiamo dire: senza Pasolini probabilmente non ci sarebbe stato nessun Scorsese, o nessun Bertolucci, né un Fassbinder o un Abel Ferrara e numerosi altri.

E soprattutto oggi, mentre ci si crogiola 24 ore su 24 e 7 giorni su 7 in una volgare Fiera delle Vanità, è impossibile non condividere il metodo di Pasolini – che passa attraverso un’aspra critica della borghesia (come in Teorema e Porcile) alla ricerca di un rifugio nei classici (la sua fase della Tragedia Greca) e l’affascinante “Trilogia della Vita” medievale – gli adattamenti del Decamerone (1971), dei Racconti di Canterburi (1972) e Notti d’Arabia (1974).

Non fu quindi una sorpresa quando Pasolini decise di fuggire dalla corrotta e decadente Italia e andare a girare dei film nei paesi emergenti – dalla Cappadocia in Turchia per Medea allo Yemen per Notti d’Arabia. Più tardi Bertolucci avrebbe fatto lo stesso, girando in Marocco (Il tè nel deserto), in Nepal (per il suo epico Buddha) ed in Cina (L’Ultimo Imperatore, il suo trionfo a Hollywood).
E poi arrivarono i suoi inclassificabili Salò, o i 120 Giorni di Sodoma,  gli ultimi, strazianti e devastanti film che uscirono pochi mesi dopo il suo assassinio, vietati per anni in diversi paesi e spietati nell’estremizzare il fascismo italiano (e di altre culture occidentali).

Dal 1973 al 1975, Pasolini scrisse diversi articoli per il Corriere della Sera, quotidiano di Milano, pubblicati con il titolo di Scritti Corsari nel 1975, e poi le Lettere Luterane, postume, nel 1976.  Il loro tema centrale era “la mutazione antropologica” dell’Italia moderna, vista come un microcosmo di quasi tutto l’Occidente.

Appartengo a una generazione in cui moltissimi rimasero letteralmente folgorati e trafitti dal Pasolini dello schermo e della carta. In quegli anni, quegli scritti rano come dei Giochi di Ruolo intellettuali di un acutissimo (e terribilmente solo) intellettuale. Rileggendoli oggi, suonano più che profetici.


Nell’esaminare la dicotomia tra i ragazzi borghesi e quelli proletari – come il Nord contro ilSud dell’Italia – Pasolini incontrò un’ulteriore categoria, “difficile da descrivere” (perché nessuno la aveva mai fatto prima)  “e senza precedenti linguistici e terminologici”.  Erano quelli “destinati alla morte”. Uno di loro, infatti, poteva essere il suo killer all’Idroscalo.

Secondo Pasolini, la nuova “categoria” comprendeva quelli che fino agli anni ’50 sarebbero stati vittime della mortalità infantile.  La scienza era poi intervenuta e li aveva salvati dalla morte fisica. Erano quindi dei sopravvissuti “e nella vita sarebbero stati come degli esseri contro natura”.  Quindi, arguì Pasolini, diversamente dai figli che nascono oggi, “benedetti” a priori, quelli nati “in eccesso”  sono inesorabilmente “condannati”.

In breve, secondo Pasolini, avvertendo dentro di sè questo sentimento di non essere benvenuti, e sentendesi in colpa per questo, la nuova generazione era “infinitamente più fragile, brutale, triste, pallida e malata di tutte le generazioni precedenti”. Erano depressi e aggressivi. E “niente poteva fugare quell’ombra di sconosciuta anormalità che si proiettava costantemente nella loro vita”.   Ai nostri giorni, quest’interpretazione potrebbe essere facilmente applicata a quella gioventù Islamica alienata che da ogni paese si unisce alla Jihad.

Allo stesso tempo, secondo Pasolini, questa inconscia sensazione di condanna alimentava nei “destinati alla morte” un forte desiderio di normalità, “un’irrefrenabile bisogno di far parte del mucchio, la voglia di non apparire diverso o distinto”.  Mostravano quindi “come vivere il conformismo con aggressività”.  Insegnavano “la rinuncia”, una “tendenza all’infelicità”, la “retorica del brutto”, e la brutalità.  E i bruti diventavano i campioni della moda e del comportamento (e qui Pasolini anticipava il punk inglese della fine degli anni ’70).

I cosiddetti “vecchi razionalisti idealisti borghesi” andarono ben oltre queste riflessioni sul “non c’è futuro per te”. Pasolini, tra gli altri disastri, attribuì la responsabilità morale per la distruzione urbana dell’Italia, per il “degrado antropologico” degli italiani, per le vergognose condizioni degli ospedali, delle scuole e delle infrastrutture pubbliche, per l’esplosione selvaggia della cultura di massa e dei mass media, e della “stupidità criminale” della televisione a coloro che governarono l’Italia dal 1945 al 1975, ovvero ai Cristiani Democratici filo-americani.

Configurò abilmente il “cinismo della nuova rivoluzione capitalista - la prima vera rivoluzione da parte della destra”.  Vale a dire, una rivoluzione che, come lui disse, “da un punto di vista antropologico – in termini di creazione di una nuova cultura – implica la presenza di uomini senza alcun legame con il passato, che vivono “l’imponderabilità”. Quindi, “l’unica loro possibile aspettativa esistenziale è il consumismo e la soddisfazione dei loro impulsi edonistici”.   In queste definizioni ritroviamo la brillante critica di Guy Debord nella “Società dello Spettacolo” degli anni ’60 estesa fino all’oscuro orizzonte culturale da “fine di un sogno” degli anni ’70.

A quel tempo. Questa era roba radioattiva. Pasolini non si risparmiò nella sua critica: se il consumismo aveva tirato fuori l’Italia dalla povertà “gratificandola con il benessere” ed una certa cultura “impopolare”, l’umiliante risultato fu ottenuto “mimando la piccola borghesia, una stupida scuola dell’obbligo e una televisione criminale”.  Pasolini considerava la borghesia italiana “la più ignorante d’Europa” (beh, si sbagliava: il primo premio andava a quella Spagnola…).       Nacque un nuovo modo di produrre cultura “generandola sulle ceneri delle culture precedenti”, ed  una nuova specie borghese. Se solo Pasolini fosse sopravvissuto per vederla ora in tutto il suo splendore, la specie Homo Berlusconis.
LA GRANDE BELLEZZA NON C’È PIÙ

Il consumistico cuore di tenebra – “L’orrore, l’orrore” – profetizzato e descritto da Pasolini già alla metà degli anni ’70 – è stato rappresentato in tutta la sua volgarità dal regista italiano napoletano, Paolo Sorrentino, nato quando Pasolini, per non dire Fellini, erano già all’apice delle loro carriere. La Grande Bellezza ("The Great Beauty") – che ha appena vinto il Golden Globes come migliore film straniero e che potrebbe persino vincere l’Oscar – sarebbe inconcepibile e incomprensibile senza La Dolce Vita di Fellini (di cui è un sequel non riconosciuto) e senza la critica Pasoliniana alla “nuova Italia”.

Pasolini e Fellini, tra l’altro, provenivano da una favolosa tradizione intellettuale dell’Emilia-Romagna (Pasolini da Bologna, Fellini da Rimini e Bertolucci di Parma).  Nei primi anni ’60, Fellini diceva all’amico e allora “apprendista” Pasolini, che non si sentiva pronto per la critica. Fellini era e rimaneva pura emozione, mentre Pasolini -  e Bertolucci – erano emozione modulata dall’intelletto.

Il sorprendente film di Sorrentino – una corsa selvaggia tra le ramificazioni dell’Italia Berlusconiana – è una Dolce Vita diventata amarissima. Come non immedesimarsi in Marcello (Mastroianni), qui un sessantacinquenne (interpretato da un fantastico Toni Servillo), che soffre di blocco dell’artista, mentre continua a tenere alto il suo ruolo di re della vita notturna romana.  Come profetizzò anche il grande Ezra Pound – che amava profondamente l’Italia  - siamo stati sopraffatti da una pacchiana volgarità – quello che ci ha traghettato verso l’insulsaggine Berlusconiana, dove – secondo uno dei personaggi del film – “nessuno pensa più alla cultura e all’arte” e dove quella che prima era la più grande civiltà del passato rischia ora di essere ricordata per “la moda” e “la pizza”.
E’ quello che Pasolini ci stava dicendo quattro decenni fa – prima che una funesta e cruenta manifestazione proprio di quella volgarità di cui parlava, lo mettesse a tacere per sempre. La sua morte, alla fine, è stata la prova – avant la lettre – del suo teorema; aveva sempre avuto ragione, sfortunatamente.


Pepe Escobar  è autore di Globalistan: How the Globalized World is Dissolving into Liquid War (Nimble Books, 2007), Red Zone Blues: a snapshot of Baghdad during the surge (Nimble Books, 2007), e di Obama does Globalistan (Nimble Books, 2009). 

Lo si può raggiungere via mail a questo indirizzo:  pepeasia@yahoo.com

Fonte: www.atimes.com/

giovedì 16 gennaio 2014

EQUITALIA : UNA TRUFFA CHE VA OLTRE OGNI LIMITE...


Perché Attilio Befera continua imperterrito la sua funzione di responsabile nº 1 di Equitalia ?
Per chi noin lo sapesse , questo signore con la puzza sotto il naso , antipatico e malato di protagonismo ha dato prova indiscutibile della sua incapacitá gestionale .
Dal 2010 al 2012 Equitalia avrebbe accumulato un debito pari a 40(dico 40) milioni di euro in perdite, mentre impiega 8000 dipendenti per un ammontare di stipendi di 500 milioni...i romani direbbero : li mortacci...
Se si considera la vicenda giudiziaria di quel Paolo Oliverio , fiscalista degli intoccabili , coinvolto nello scandalo dei controlli pilotati , ci si chiede come sia possibile che le persone oneste subiscano da Equitalia ogni genere di angherie...ci si chiede se non sia davvero arrivato il tempo della "SOLUZIONE FINALE" , cioé l'azione popolare necessaria per liberarci da una ingiusta oppressione e dalle fauci insaziabili del cinico Befera , dal cognome che sembra un insulto .
Quanti si sono suicidati a causa delle cartelle esattoriali di Equitalia, cartelle che non lasciavano scampo ?
Quanti dovranno ancora morire per fare da pannello solare ad una casta politica costruita sull'inganno , sulla corruzione , sui rapporti illeciti , sui privilegi , sulla collusione con la malavita organizzata ?
Che cosa sta facendo il governo Letta al proposito ?, che cosa sta facendo quel bellimbusto di Renzi , venuto fuori dall'uovo di pasqua a sorpresa ed ora gonfio di superbia per la vittoria ottenuta alle primarie del PD ?
Sembra una specie di visitor costruito dai marziani , un impeccabile professionista della politica che si intende di ogni cosa , persino di come si lavora all'uncinetto...detta condizioni , propone interventi , suggerisce stralci di riforme , distribuisce rimproveri a destra e a sinistra , come fosse il capo di un Paese che non é l'Italia , che gli somiglia soltanto , un Paese dove non c'é maggioranza e opposizione , perché lui é entrambe le cose , un Paese dove non esiste il Parlamento , perché lui é il parlamento...dialoga con Letta a cui impone le scelte (giuste o sbagliate che siano) e dall'altra parte cerca il dialogo con Berlusconi...ma non é tutto ; ció che dovrebbe lasciarci perplessi é come sia possibile che l'Europa intera guardi a Renzi come fosse il chirurgo capace di estirpare il cancro dell'economia globalizzata , la stella cometa dell'universo che ci indica la strada per arrivare a Gesú .
Ma il ragazzo prodigio su Equitalia non mette lingua...tace , come di solito fanno i collaborazionisti in tempo di guerra , sicché Befera , il gran maestro della rapina , rimane lí alla facciazza nostra per bacchettarci a sangue .
La magistratura intanto é latitante, nicchia , non prende posizione , non avvia nessuna indagine , anzi , il filone Mokbel/Phuncard é stato chiuso in un attimo , nemmeno il tempo di farci riflettere sopra.
Di che trattava tale filone ? guarda caso di soggetti privi di incarico in Equitalia o in altre societá controllate dall'ente stesso che svolgevano attivitá di mediazione illegale in combutta con alcuni dipendenti .
C'é stato chi ha posto la fatale domanda alla Cancellieri sul motivo di questi silenzi sospetti , sapete qual'é stata la sua risposta in sintesi: che non c'erano motivi di indignazione o di preoccupazione , in sostanza tutto OK , "tutto va bene madama la marchesa" , non c'era ragione di scaldarsi tanto...giá , perché chi paga nel frattempo siamo noi!!!

Tratto da: http://www.midochiattone.blogspot.it

mercoledì 15 gennaio 2014

Intervista a J. L. Borges


LE VERE EVASIONI FISCALI, DATI ALLA MANO

"Evasione fiscale IN CIFRE (e non in percentuali fuorvianti) in Italia:
1) L'economia criminale (mafia e malavita): 78,2 miliardi di euro l'anno.
2) Big company (le grandi aziende): 38 miliardi di euro l'anno.
3) L'economia sommersa (extracomunitari e doppio lavoro): 34,3 miliardi di euro l'anno.
4) Le società di capitali (spa e srl): 22,4 miliardi di euro l'anno.
5) Autonomi e piccole imprese (idraulico e parrucchiera): 8,2 miliardi di euro l'anno.

Se si riuscisse a far pagare le tasse a tutti ma proprio TUTTI i "piccoli", si recupererebbe neanche il 5% del totale nazionale!

E con appena un paio di big company "acciuffate" faremmo pari con tutti gli sfigatissimi artigiani d'Italia, tanto odiati e insultati da tutti.


1)Rimborsi Elettorali (nonostante il referendum) :
Da considerare che anche i non eletti ricevono un particolare rimborso elettorale, anche se non si ha nessun parlamentare o consigliere eletto.
Perché le soglie di sbarramento valgono per la rappresentanza, non per il denaro pubblico. In questo caso, trattandosi di soldi pubblici, vige il sistema proporzionale.
in Italia sono molto più del doppio della media europea (un esempio : 3,5 euro a voto da noi e 0,85 in Germania).
Risparmio oltre 150 milioni anno !
2) Spese di affitto degli immobili della Camera che rende sempre più ricco l’imprenditore Sergio Scarpellini (proprietario della società unica titolare della decina dei immobili affittati da Montecitorio, ndr). Che ha ricevuto negli anni ( in affitti ), più del doppio del valore degli immobili.
Risparmio 54 milioni anno !
3)Auto Blu, oltre 600.000 in Italia per un costo di oltre 21 miliardi, una media di 60.000 in Europa e 70.000 in Aamerica.
Risparmio 19 miliardi anno !
4)Per i 630 deputati italiani l'indennità parlamentare è di 11.703,64 euro.
Aggiungi alcuni benefit in euro :
rimborsi per le telefonate (258 euro),
spese informatiche (2.500 euro),
soggiorno a Roma ( più di 4.000 euro).
risarcimento per i trasferimenti in aeroporto(1.331 euro).
Naturalmente non contiamo i viaggi gratuiti in autostrada, i ristoranti il cinema, il dentista, lo psicologo ecc.
A questi va aggiunta la liquidazione di 46.814 euro a legislatura (se per 5 anni al mese fanno 780 euro).
Siamo ad un totale che supera i 20.000 euro !
Potrei fare l’elenco degli stipendi e benefit degli altri paesi, prendiamo buono il dato che dice che la media è di 5300 euro al mese !
630 deputati + 315 senatori per 15000 x 12
Risparmio oltre 170 milioni anno !

5) finanziamento pubblico ai giornali di partito
Risparmio 850 milioni anno !
6) le Scorte negli altri paesi ne hanno diritto solo le alte cariche
Risparmio 250 milioni anno !
7)gruppi politici in parlamento costo 3 milioni cadauno, negli altri paesi non esiste.
13 -14 gruppi (gruppo misto, sel, fli ,Repubblicani azionisti, Liberaldemocratici ecc)
Risparmio 35,7 milioni anno !
8) costo corruzione dati della corte dei conti
Risparmio 60 miliardi anno !
9) migliaia di enti pubblici inutili spesso fatti solo per dare lavoro a parenti ed amici , naturalmente con stipendi esagerati (es: l’Istituto agronomico per l’oltremare, Istituto opere laiche palatine, Banco nazionale prova armi da fuoco, ecc.) , ci metterei anche le province che da sole costano 14 miliardi.
Risparmio 20 miliardi !

..… si potrebbe continuare, qualsiasi cosa riguardi i politici da noi è uno SPRECO !

fonte https://sites.google.com/site/lapazienzaefinita/i-veri-evasori-fiscali

JOSE' MARTI'




"Apologìa de Martì" (Discorso tenuto il 28 gennaio 1960, nel Capitolio Nacional, durante la cerimonia di commemorazione dell'anniversario della nascita di Josè Martì, organizzata dall'Associaciòn de Jòvenes Rebeldes. In "Revoluciòn", 1 febbraio 1960).
Cari compagni, bambini e adolescenti di oggi; uomini e donne di domani; eroi di domani; eroi, se è necessario, nelle asprezze della lotta armata; eroi, altrimenti, nella pacifica costruzione della nostra nazione sovrana.
Oggi è un giorno molto particolare, un giorno in cui si avverte l'esigenza di una conversazione intima fra noi - noi che in qualche modo abbiamo contribuito con uno sforzo diretto alla rivoluzione - e tutti voi.
Oggi si compie un nuovo anniversario della nascita di Josè Martì, e prima di entrare nel tema, voglio dirvi una cosa: ho sentito, un momento fa "Viva il Che Guevara!", ma a nessuno di voi è venuto in mente di gridare "Viva Martì!"...e questo non sta bene….(grida di "Viva Martì!").
E non sta bene per molte ragioni. Perché prima che nascesse il Che Guevara e tutti gli uomini che hanno lottato, che hanno comandato come lui comandò lui, prima che nascesse tutto questo impulso liberatore del popolo cubano, Martì era nato, aveva sofferto ed era morto per l'ideale che oggi noi stiamo realizzando.
Ma c'è di più, Martì fu il mentore diretto della nostra rivoluzione, l'uomo alla cui parola bisognava sempre ricorrere per dare la giusta interpretazione dei fenomeni storici che stavamo vivendo, e l'uomo la cui parola e il cui esempio bisognava ricordare ogni volta che si volesse dire o fare qualcosa di trascendente per questa Patria…perché Josè Martì è molto più di un cubano; è americano, appartiene a tutti venti i paesi del nostro continente e la sua voce si ascolta e rispetta non solo qui a Cuba, ma in tutta l'America.
E' toccato a noi l'onore di rendere vive le parole di Josè Martì nella sua Patria, il luogo dove nacque. Ma ci sono molti modi di onorare Josè Martì. Lo si può fare rispettando religiosamente le ricorrenze che indicano ogni anno la data della sua nascita o ricordando l'infausto 19 maggio del 1895 (Quel giorno, a Dos Rìos, Josè Martì cadde in combattimento, dopo che l'esercito di liberazione - da lui diretto insieme ad Antonio Maceo - fu sorpreso dalle truppe spagnole).
Si può onorare Martì citando le sue frasi, belle frasi, frasi perfette, ma anche e soprattutto, frasi giuste. Ma si può e si deve onorare Martì nella forma in cui egli voleva che si facesse quando affermava a gran voce: "Il miglior modo di dire, è fare".
Per questo cerchiamo di onorarlo facendo ciò che lui volle e che le circostanze e i proiettili della colonia gli impedirono. Non tutti né molti, forse nessuno può essere un Martì, ma tutti possiamo prendere esempio da lui e cercare di seguire il suo cammino nella misura delle nostre forze.
Cercare di capirlo e di riviverlo attraverso la nostra azione e la nostra condotta attuale, perché quella Guerra d'Indipendenza, quella lunga guerra di liberazione, ha avuto una sua replica oggi e ha avuto un gran numero di eroi modesti, oscuri, fuori dalle pagine della storia ma che, senza dubbio hanno rispettato integralmente i precetti e il mandato dell'Apostolo (Il titolo onorifico tradizionale con cui a Cuba viene celebrato Martì).
Voglio presentarvi oggi un ragazzo, che forse molti di voi già conoscono, e raccontare una piccola storia di quei giorni difficili della Sierra.
Lo conoscete o no? E' il comandante Joel Iglesias dell'Esercito ribelle e capo dell'Associazione dei giovani ribelli. Ora vi spiegherò le ragioni per cui si trova in quel posto e perché lo presento con orgoglio in un giorno come questo. Il comandante Joel Iglesias ha diciassette anni. Quando arrivò sulla Sierra ne aveva quindici. E quando me lo presentarono non lo volli ammettere perché era troppo giovane. In quel momento avevamo un sacco pieno di nastri di mitragliatrice - la mitragliatrice che usavamo all'epoca - che nessuno voleva portare. Gli si diede come compito e come prova il trasporto di quel sacco per le impervie della Sierra Maestra. Il fatto che oggi sia qui indica che riuscì a portarlo. Ma c'è di più. Voi non avete avuto il tempo, perché ha camminato solo per un breve tratto, di vedere che zoppica ad una gamba; non avete potuto vedere né sentire, perché non vi ha portato ancora il suo saluto, che ha una voce rauca e che non lo si sente bene. Voi non avete potuto vedere che ha sul corpo dieci cicatrici di pallottole nemiche e che questa raucedine, questa gloriosa claudicazione, sono i ricordi delle pallottole nemiche, poiché è sempre stato in prima linea in combattimento e nei posti di maggiore responsabilità.
Ricordo che c'era un soldato - in seguito divenuto a sua volta comandante - che è morto da poco tempo per un tragico errore. Quel comandante si chiamava Cristino Naranjo. Aveva circa quarant'anni e lo comandava il tenente Joel Iglesias, di quindici anni. Cristino dava del tu a Joel e Joel, che lo comandava, gli dava del lei. Eppure, mai Cristino Naranjo venne meno a un ordine; e questo perché nel nostro Esercito ribelle, seguendo gli orientamenti di Martì, non ci interessavano né l'età, né il passato, né la provenienza politica, né la religione, né l'ideologia precedente di un un combattimento. Ci interessavano i fatti, a quell'epoca, e la devozione alla causa rivoluzionaria.
Da Martì avevamo anche imparato che non importava il numero delle armi a disposizione, ma il numero delle stelle sulla fronte (Verso di una poesia di Martì "Lluvia y estrellas:…..luzca en mi frente/ mejor la estrella qui ilumina y mata". In "Obras completas" La Habana 1964).
E Joel Iglesias, già in quell'epoca, era tra coloro che avevano molte stelle sulla fronte, non quest'unica che ha oggi come comandante dell'Esercito. Perciò volevo presentarvelo in un giorno come questo, per farvi sapere che l'Esercito ribelle si preoccupa della gioventù e di dare a questa gioventù che oggi si affaccia alla vita, il meglio dei suoi uomini, il meglio dei suoi combattenti esemplari e dei suoi lavoratori esemplari. Perché crediamo che così si onori Martì.
Vorrei dirvi molte cose come questa oggi. Vorrei spiegarvi, in modo che mi comprendiate, che lo sentiate nel più profondo dei vostri cuori, il perché di questa lotta, di quella che combattemmo con le armi in mano, di quella che oggi sosteniamo contro i poteri imperiali, e di quella che, forse, dovremo ancora sostenere domani sul piano economici o anche sul piano militare.
Di tutte le frasi di Martì, ce n'è una che credo definisca come nessun altra lo spirito dell'Apostolo.
E' quando afferma:"Ogni uomo vero deve sentire sulla propria guancia lo schiaffo dato alla guancia di qualsiasi altro uomo".
Questo era ed è, l'Esercito ribelle e la rivoluzione cubana. Un esercito e una rivoluzione che sentono nell'insieme ed in ognuno dei suoi membri, l'affronto rappresentato dallo schiaffo dato a qualsiasi uomo in qualsiasi luogo della terra. E' una rivoluzione fatta per il popolo e con gli sforzi del popolo, che è nata dal basso e che si è nutrita di operai e di contadini, che ha richiesto il sacrificio di operai e di contadini in tutti i campi e in tutte le città dell'isola. Ma che ha saputo anche ricordarli nel momento del trionfo.
"Con i poveri della terra voglio giocare la mia sorte", diceva Martì…e così abbiamo fatto noi, interpretando le sue parole.
Siamo stati posti qui dal popolo e siamo disposti a continuare fino a quando il popolo lo vorrà, a distruggere tutte le ingiustizie e a costruire un nuovo ordine sociale.
Non abbiamo paura delle parole nè delle accuse, come non ebbe paura Martì. Quella volta - un primo maggio del 1872, credo - (Il riferimento è a un celebre articolo di Martì, dedicato agli USA e apparso su La Nacion di Buenos Aires, in cui si protesta, fra l'altro per l'impiccagione dei quattro anarchici accusati del lancio di una bomba a Haymarket. L'attentato avvenne a Chicago, la sera del 4 maggio 1886. Di lì ha preso poi il via la tradizione del Primo maggio nel mondo. Citando a memoria, Guevara ha confuso date e avvenimenti) in cui vari eroi della classe operaia nordamericana perdevano la loro vita per difenderla e per difendere i diritti del popolo, Martì segnalava con coraggio ed emozione quella data, e bollava in volto chi aveva calpestato i diritti umani, portando al patibolo i difensori della classe operaia. E quel Primo maggio che Martì segnalò in quell'epoca, è lo stesso che la classe operaia del mondo intero - tranne gli Stati Uniti, che hanno paura di ricordare quella data - commemorano tutti gli anni, in tutti i paesi e in tutte le capitali del mondo. Martì fu il primo a segnalarlo, come sempre fu il primo a segnalare le ingiustizie. Come insorse insieme a ai primi patrioti e come subì il carcere a quindici anni; e come tutta la sua vita non fu null'altro che una vita destinata al sacrificio, pensando al sacrificio e sapendo che il suo sacrificio era necessario per la realtà futura, per questa realtà rivoluzionaria che voi tutti oggi vivete.
Martì ci ha insegnato anche questo. Ci ha insegnato che un rivoluzionario e un governante non possono avere né gioie, né vita privata, che devono consacrare tutto al loro popolo, al popolo che li ha scelti, che li ha collocati in una posizione di responsabilità e di lotta.
E anche quando dedichiamo tutte le ore possibili del giorno a lavorare per il nostro popolo, pensiamo a Martì e sentiamo che stiamo facendo vivere il ricordo dell'Apostolo.
Se di questa conversazione tra voi e noi rimarrà qualcosa , se non svanirà, come fanno le parole, mi piacerebbe che tutti voi, oggi…pensaste a Martì. Lo pensaste come un essere vivo, non come un dio né come una cosa morta; come qualcosa che è presente in ogni manifestazione della vita cubana, come sono presenti in ogni manifestazione della vita cubana la voce, il portamento, i gesti del nostro grande e mai pianto abbastanza compagno Camilo Cienfuegos.
Perché gli eroi, compagni, gli eroi del popolo, non possono essere separati dal popolo, non li si può trasformare in statue, in qualcosa che sia al di fuori della vita di quel popolo per il quale diedero la loro. L'eroe popolare dev'essere una cosa viva e presente in ogni momento della storia di un popolo. Così come voi ricordate il nostro Camilo, dovete ricordare Martì, il Martì che parla e che pensa oggi, con il linguaggio di oggi, perché questo hanno i grandi pensatori e rivoluzionari: il loro linguaggio non invecchia.
Le parole di Martì di oggi non sono da museo , fanno parte della nostra lotta e sono il nostro emblema, la nostra bandiera di combattimento.
Questa è la mia raccomandazione finale, che vi avviciniate a Martì senza timori, senza pensare di avvicinarvi a un dio, ma a un uomo più grande degli altri, più saggio e più sacrificato degli altri uomini, e siate consapevoli del fatto che lo fate rivivere un po' ogni volta che pensate a lui, ma che lo fate rivivere molto di più ogni volta che agite come egli voleva che agiste.
Ricordatevi che di tutti gli amori di Martì, il suo amore più grande fu per l'infanzia e la gioventù; che a queste dedicò le sue pagine più tenere e più sentite e molti anni della sua vita di combattente.
Per concludere, vi chiedo di salutarmi come mi avete accolto, ma al contrario: con un "Viva Martì! Che è vivo".

lunedì 6 gennaio 2014

Il giorno dopo ammazzarono mio padre di Claudio Fava

Il 5 gennaio 1984 Cosa nostra uccide il direttore de I Siciliani Pippo Fava con cinque colpi di pistola alla nuca. Il ricordo del figlio Claudio, giornalista e parlamentare di Sel.
La testimonianza di Claudio Fava è stata pubblicata su isiciliani.it.
Sono passati 30 anni dall’omicidio di Giuseppe Fava, detto Pippo, voluto dalla mafia siciliana. Il fondatore del giornale antimafia I Siciliani, era appena uscito dalla redazione del settimanale. A bordo della sua Renault 5 raggiunse via dello Stadio a Catania. Davanti al Teatro Verga, dove la nipote recitava in Pensaci Giacomino!, non ebbe il tempo di scendere dall’auto: cinque proiettili di pistola lo raggiunsero alla nuca uccidendolo.
Come era avvenuto per Peppino Impastato, ci fu un tentativo per depistare la verità, etichettando l’omicidio come delitto passionale. Ci sono voluti 14 anni - era il 1998 - perché un tribunale italiano condannasse all’ergastolo il boss mafioso Nitto Santapaola, ritenuto il mandante, Marcello D’Agata e Francesco Giammuso come organizzatori, e Aldo Ercolano come esecutore assieme al reo confesso Maurizio Avola.
di Claudio Fava
Quella sera eravamo in quattro. Noi quattro, come al solito, attorno al tavolo della cucina a casa della signora Roccuzzo. Riccardo scelse i gialli, che non voleva mai nessuno. Antonio e Miki rossi e neri, una vecchia sfida di colori dominati che non si risolveva mai. Io mi presi i verdi, colore fesso, tiepido, di quelli che non la¬sciano traccia.
Giocammo con candore e accanimento, come sempre, improvvisando alleanze, atacchi e ripiegamenti, sacrifici, tradimenti: tutto.
Il canovaccio prevedeva ruoli immutabili. Miki con la sua bella faccia da guappo dava la scalata al mondo spostando armate attraverso oceani immaginari. Antonio, prudente come un segretario di sezione, puntava alla Cina, cuore immobile di un’Asia attraversata da straordinarie mito¬logie, la Yacuzia, la Kamchatca, il Siam...
Riccardo intanto s’ammassava da qualche parte e lì aspettava la guerra, saggio immobile, come se quell’unico territorio posseduto fosse l’isola di Stromboli, pro¬tetta dal mare e dagli dei.
Di me non so, non ricordo: applicavo le regole del gioco, attaccavo, arretravo, passavo la mano. Pensavo che le guerre si vincono provando a non perderle, facendo i ragionieri sulle baionette. Avevo ancora un’età onesta, mi era consentito non capi¬re un cazzo.
Insomma la partita fu come altre cento prima di quella sera: lunga, sfacciata, riotosa. Nessuno vinceva, nessuno vinse. Non so chi, alle tre del mattino, prese il logoro cartone del risiko e lo fece saltare in aria mescolando definitivamente carri armati, territori, ambizioni. Per la prima volta scegliemmo di non arrivare fino in fondo: ci mandammo allegramente affanclo e ce ne andammo a dormire strippati di amaro averna, sazi e giusti come chi crede di essere immortale.
Il giorno dopo ammazzarono mio padre.
Dopo trent’anni, se dovessi portare con me una cartolina di quei giorni e degli anni che vennero dopo, sarebbe questa. Il tavolo della signora Roccuzzo, il cartone slabbrato del risiko, la faccia ancora immacolata di quattro ragazzi che si stanno giocando l’ultima partita, prima che la vita gli precipiti addosso.



lunedì 30 dicembre 2013

Anche Paolo Berlusconi nel giro dei rifiuti nucleari

l43-paolo-berlusconi-130205084431_big 
di Chiara Paolin Lo dice senza problemi che in vita sua ha ammazzato almeno cinquanta cristiani, e per altri quattrocento ha dato l’ordine di farli fuori. Lo giura con un sorriso che è scampato alla morte tante volte, per miracolo: “Pure con la stricnina in carcere ci hanno provato, e un’altra volta con un lanciamissili”. Carmine Schiavone ha retto a tutto dopo l’affiliazione alla mafia, con pungitura a Milano nel 1974 per mano di Luciano Liggio. Non un camorrista, dunque, ma un mafioso che gestiva il comparto costruzioni e opere pubbliche a Caserta e dintorni: dieci miliardi di lire al mese da spartire e investire. Nei primi anni 90 il guaio. Gli propongono di mettere monnezza sotto una strada, e lui ci sta. Ma quando s’accorge che tra i sacchi di spazzatura ci sono fusti tossici, rompe l’accor – do. Il clan tenta di convincerlo. Sandokan, suo cugino, lo minaccia. Lui insiste, gli fanno una soffiata e arriva l’arresto, il carcere, le rivelazioni sulla montagna di schifezze sotterrate nelle campagne. Indagini e processi che mandano in galera 1500 affiliati. Questa è la storia di Carmine Schiavone per come la racconta lui in prima persona a Servizio Più Pubblico, lo speciale in onda stasera su La7 (ore 20:35) per raccontare cos’è l’“Inferno atomico”, un territorio devastato da 10 mila tonnellate di rifiuti tra cui, dice Schiavone, ci stanno pure materiali radioattivi. “QUA SOTTO CI SONO le scorie nucleari, arrivate qua dalla Germania in cassettine grandi così – dice Schiavone calpestando un campo vicino a Casal di Principe –. Le portava una società di Milano collegata all’ex P2, a Licio Gelli: era di uno che faceva il costruttore, e che s’è dimesso appena io ho verbalizzato il suo nome”. Cioè quando, a partire dal 1993, Schiavone spiega ai magistrati l’affare della monnezza e spara un nome grosso, già all’epoca: “Dove sono finiti i verbali dove parlo di Paolo Berlusconi?”, chiede Schiavone quando alcune mamme della zona, persi i loro bimbi per tumori legati all’inquinamento, pretendono dal boss un’assunzione di responsabilità. Nessuna prova contro Paolo Berlusconi è mai stata esibita, e molte dichiarazioni di Carmine Schiavone restano coperte dal segreto di Stato. Quanto emerso nelle ultime settimane sul lavoro svolto dalla Commissione parlamentare nel 1997, il famoso “qua moriranno tutti tra vent’anni”, è solo un frammento della verità più profonda e inesplorata. Un mistero che ha rovinato la vita a Roberto Mancini, l’agente della Criminalpol che per quelle indagini del 1993 sorvolò in elicottero le terre del veleno. Al suo fianco Schiavone, che gli indicava i campi dove il suo clan aveva sotterrato i rifiuti pericolosi. L’agente Mancini ha passato giorni interi camminando su quella terra, a prendere misure e segnare punti di scavo, a seguire i carotaggi e prendere appunti. L’agente Mancini non è più in servizio: da dieci anni combatte un linfoma, un cancro tipico nella Terra dei fuochi, una malattia che è una beffa per chi credeva nella legalità e ha visto sprecare un lavoro rischioso, durissimo. “Non sono stato tutelato dallo Stato – dice Mancini nello studio di Servizio Pubblico a Sandro Ruotolo –. Finora ho combattuto il tumore, d’ora in poi mi dedicherò alle istituzioni. Quando consegnai il mio rapporto sulle ispezioni giù in Campania, i giudici Narducci e Policastro erano entusiasti. Pochi giorni dopo cambiarono idea, e dell’inchiesta non rimase nulla: troppo difficile da gestire, troppe pressioni. C’è stato anche l’intervento della massoneria, è provato”. In Campania tutti aspettano una risposta. I malati, i parenti dei morti, quelli che pretendono dal presidente della Repubblica il riconoscimento ufficiale dello status di vittime dello Stato: “Gli abbiamo spedito 150 mila cartoline, non ha dato cenno – spiegano dal comitato –. Del resto, all’epoca dei fatti, era lui il ministro degli Interni. Quindi ora speriamo che ci dia ascolto Papa Francesco”. NELLE CAMPAGNE, i contadini raccolgono peperoni e friarielli a pochi metri dalle aree sospette: “Dobbiamo svendere, nessuno compra più”. Ma perché non avete denunciato negli anni chi veniva a sversare? “Con la canna di fucile in bocca dovevamo parlare, certo. Qua non ci ha difesi mai nessuno, la politica sapeva, ha mangiato e noi siamo rovinati”.

sabato 28 dicembre 2013

Consegnate le firme per chiedere la chiusura di CasaPound „Consegnate le firme per chiedere la chiusura di CasaPound“

Consegnate le firme per chiedere la chiusura di CasaPound
"Il nostro Paese non può non essere antifascista: lo ha sancito la storia, lo pretende la nostra Costituzione, il fascismo è vietato le leggi"

Consegnate le firme per chiedere la chiusura di CasaPound
Ieri Anpi, Alba e Arci hanno consegnato in Palazzo Vecchio al vicesindaco Stefania Saccardi le firme raccolte per chiedere la chiusura di CasaPound.
“Non è che un inizio” dichiara Gigi Remaschi, vicepresidente ANPI Firenze. “All'antifascismo blando e rituale delle celebrazioni ufficiali intendiamo sostituire l'azione attiva, popolare, partecipata in cui si affiancano soggetti diversi, uniti dalla comune volontà di non tollerare la riorganizzazione "sotto ogni forma" di fascismo, nazismo, xenofobia”.

Secondo Remaschi “il nostro Paese non può non essere antifascista: lo ha sancito la storia, lo pretende la nostra Costituzione, il fascismo è vietato le leggi”. Le firme raccolte sarebbero già più di 2500.

Ma qualche critica arriva dalla controparte tramite facebook infatti in un commento sulla pagina facebook dell’Anpi si legge, a firma di Saverio Di Giulio, uno dei rappresentanti di CasaPound in città: “Non ci possono chiudere e sapete perche? Perche' oltre ad essere perfettamente legali siamo autofinanziati e non percepiamo 500 mila euro l'anno di contributi pubblici dalla regione Toscana come voi prezzolati. Quindi, grandi pernacchioni per voi”.
fonte firenze today



Potrebbe interessarti: http://www.firenzetoday.it/cronaca/firme-chiusura-casapound-consegna.html
Seguici su Facebook: http://www.facebook.com/FirenzeToday



Potrebbe interessarti: http://www.firenzetoday.it/cronaca/firme-chiusura-casapound-consegna.html
Seguici su Facebook: http://www.facebook.com/FirenzeToday

lunedì 23 dicembre 2013

STALIN 60MILIONI DI MORTI, LA PIU' GRANDE CAZZATA DELLA STORIA!!! (cazzate dell'ignoranza fascista e imperialista americana, non fidatevi) di Ivan Di Francesco

Nel 1926 (dicembre) il censimento dette la cifra di 147.000.000, nel 1937 (gennaio) il censimento indicò in 162.000.000 la popolazione dell’URSS;
Questo significa che in quel periodo la popolazione crebbe dello 1,02 %° l’anno, incremento identico a quello italiano e superiore al contemporaneo incremento medio annuale di Francia, Inghilterra e Germania. Il censimento del gennaio 1939 indicò in 170.000.000 la popolazione dell’URSS; secondo attendibili fonti la cifra è tropo alta e va ricondotta a 168-169.000.000. Anche accettando le cifre più base abbiamo un incremento medio rispetto al 1926 (dicembre) del 1,42%°, nettamente superiore a quello degli altri paesi dell’Europa occidentale.La popolazione dell’URSS nel 1939, sempre accettando la cifra più bassa, incideva sul totale della popolazione mondiale per il 7,77 % (1919 7,50%); nello stesso periodo (1919-39) la Francia passa dal 2,17 al 1,91, la Germania dal 3,33 al 3,13, il Regno Unito dal 2,39 al 2,13, l’Italia dal 2,11 al 2 ( malgrado la campagna demografica del fascismo), gli USA dal 5,84 al 6 e il Giappone dal 3,03 al 3,05.Bastava leggere i numeri per rendersi conto che le cifre dei repressi e delle vittime sono state addirittura decuplicate, in alcuni casi, nei vari libri neri, al punto che lo stesso coautore del Libro nero del comunismo, Nicholas Werth, ha dovuto rettificare al forte ribasso le cifre gonfiate presenti nell’opera, come riconosciuto da lui stesso in un articolo dei primi annni ’90 sulla rivista L’Histoire.

LOTTA ALLA CONTRO-RIVOLUZIONE

Dal 1921 al 1953 furono condannate per attività controrivoluzionaria circa 4.000.000 di persone, delle quali 780.000 furono fucilate; nei campi di lavoro, colonie penali e prigioni morirono 600.000 detenuti politici. Si possono calcolare pertanto in 1.400.000 i morti per motivi politici nell’URSS dalla fine della guerra civile alla morte di Stalin. Sono cifre ben lontane da quelle riferite dai vari Conquest, Medvedev, Solzhenitzin, che oscillano tra 10.000.000 e 40.000.000 milioni di esecuzioni. 

SISTEMA PENALE SOVIETICO


Nel sistema penale sovietico i condannati potevano,soltanto nei casi più gravi, essere inviati nei Gulag, per reati meno gravi nelle colonie di lavoro, dove i condannati erano impiegati nelle fabbriche o nell’agricoltura e percepivano un regolare salario, o in particolari zone di residenza con proibizione di risiedere in alcune città, in genere Mosca o Leningrado. In quest’ultimo caso godevano in genere dei diritti politici; in attesa della sentenza gli accusati erano tenuti nelle prigioni. Il totale dei condannati nei Gulag oscillò tra un minimo di 510.000 nel 1930 a un massimo di 1.711.202 nel 1952.
I condannati presenti nei Gulag, colonie di lavoro e prigioni oscillarono fra 1.335. 032 del 1944 e 2.561.351 del 1950. Mancano i dati complessivi fino al 1939, quando si raggiunse la cifra generale di 2.000.000.  La mortalità generalmente oscillante intorno al 3% annuo toccò punte elevate nel 1942 e 1943, 17%, durante il periodo bellico, quando anche le condizioni alimentari, igieniche, di salute della popolazione civile peggiorarono drammaticamente. Al tempo stesso la popolazione dei Gulag diminuì drasticamente, perché molti condannati furono arruolati nell’esercito.Il forte incremento degli anni postbellici è in parte da attribuire alla presenza di prigionieri di guerra, condannati per diserzione e collaborazione con gli occupanti tedeschi. E’ comunque interessante notare che la popolazione detenuta nel suo complesso arrivò a toccare al massimo il 2,4% della popolazione adulta; nel 1996 erano detenuti negli USA 5.500.000 persone cioè il 2,8% della popolazione adulta. Le statistiche ci dicono anche che la grande maggioranza dei condannati (80-90%) riceveva pene inferiori a 5 anni, meno del 1% superiori a 10. Vanno anche ricordati i provvedimenti di amnistia, i più larghi dei quali, che interessarono oltre un milione di detenuti, nel 1945 e nel 1953. Credo che qualunque paragone con i campi di concentramento nazisti sia un offesa alla verità; lì i deportati erano destinati, se ebrei, rom o di razze considerate inferiori, a morte certa; nessun tribunale aveva decretato la loro condanna; le pene non prevedevano un termine, non c’erano amnistie; non c’era la possibilità di revisione della condanna e di riabilitazione, come, anche in epoca staliniana avvenne per non pochi condannati: per quanto dure potessero essere le condizioni nei campi sovietici, non erano paragonabili a quelle dei lager nazisti. 


LE PURGHE
 Contrariamente a quanto affermato la maggioranza dei vecchi bolscevichi non fu colpita: dei 24.000 iscritti prima del 1917 ne sopravvivevano 12.000 nel 1922, 8.000 nel 1927, meno di 5.000 (cioè tra 4.500 e 5.000 n.d.r.) nel 1939, dopo la grande purga. Dei 420.000 membri del PCUS nel 1920 ne rimanevano 225.000 nel 1922, 115.000 nel 1927, 90.000 nel 1939. Altri dati indicano in 182.600 gli iscritti prima del 1920, dei quali 125.000 erano presenti nel 1939. La purga investì l’esercito, ma non nella misura indicata daglia nticomunisti. Dei 144.300 ufficiali e commissari dell’Armata Rossa 34.300 furono espulsi per ragioni politiche; di questi 11.586 entro il maggio 1940 furono reintegrati nel posto e nel grado; le vittime della purga nell’esercito furono pertanto 22.705, cioè il 7,7% del totale. Anche in questo caso furono gli alti gradi ad essere più colpiti. 

KULAKI

La composizione di classe dei contadini nel 1927 era la seguente: i contadini poveri costituivano il 35% del totale. La grande maggioranza della popolazione agraria, dal 51 al 53%, era costituita dai contadini medi (le cui condizioni di lavoro erano tuttavia arretrate). “Nell’insieme dell’Unione sovietica, tra il 5% e il 7% dei contadini erano riusciti ad arricchirsi: i kulaki. Dai dati del censimento del 1927, il 3,2% delle famiglie dei kulaki possedeva in media 2,3 animali da tiro e 2,5 vacche contro una media di 1,0 e 1,1 per le rimanenti famiglie. 950.000 famiglie, cioè il 3,8%, occupavano operai agricoli o affittavano mezzi di produzione.Al 1° ottobre 1928 su 1.360.000 membri e candidati, 198.000 erano contadini. Nelle campagne c’era un membro del partito ogni 420 abitanti e 20.700 cellule del partito, una ogni quattro villaggi. Queste cifre acquistano maggior peso se messe a confronto con quelle degli ‘effettivi permanenti’ della reazione zarista, i preti ortodossi e gli altri religiosi a tempo pieno, che erano 60.000. La gioventù contadina costituiva la più grande riserva del partito. Sempre nel 1928 un milione di giovani contadini militavano nel Komsomol ed inoltre il partito poteva contare sui soldati che avevano combattuto nell’Armata rossa durante la guerra civile e sui 180.000 contadini che si arruolavano ogni anno nell’esercito, dove ricevevano un’educazione comunista.
Negli anni 1939-1931vennero esprorpiati i terreni di 381.026 kulaki che furono costreti all'espatrio insieme alle loro famiglie, nelle terre vergini dell’Est della Russia. Si trattava di 1.803.392 persone. Al 1° gennaio 1932 nei nuovi insediamenti ne furono censite 1.317.022. La differenza era di circa 486.000, che non coincide con la loro eliminazione fisica. Data la disorganizzazione dell’epoca, bisogna mettere in conto che un numero imprecisato di deportati riusciva a fuggire durante il viaggio. Fenomeno frequente, confermato dal fatto che di quel 1.317.000 censiti nei nuovi insediamenti, 207.010 riuscirono a fuggire nel 1932. Molti altri, dopo la revisione del loro caso, poterono tornare nei luoghi d’origine.


FONTI

S. Fitzpatrick The cultural front. Power and revolutionary Russia Cornell University Press 1992
S. Fitzpatrick Educational level and social mobility in Soviet Union 1921-1934 Cambridge University Press 1979
J A Getty Origin of great purges: the soviet communist party reconsidered 1933-1938 Cambridge University Press 1999
J A Getty R T Manning Stalinist terror: new perspectives CambridgeUniversityPress 1993
S G Wheatcroft Toward explaining the changing levels of Stalinist repression in 1930s. mass killing Europe-Asia studies 51;113-145.1999
S G Wheatcroft Victims of Stalinism and the Soviet Secret Police. The comparability and reliability of archival data. Not the last word Europe-Asia Studies 51; 515-545, 1999
R W Davies M Harrison, S G Wheatcroft The economic transformation in Soviet Union 1914-1945 Cambridge University Press 1994

domenica 22 dicembre 2013

LA MANIPOLAZIONE DELLE CONOSCENZE – L’industria farmaceutica di pjmanc



SI POSSONO FARE MOLTI SOLDI DICENDO ALLE PERSONE SANE CHE SONO MALATE
Così inizia un articolo scritto per il “Britisch Medical Journal” da un giornalista scientifico, un medico di base e un professore di farmacologia clinica, il cui titolo esplicita l’argomento: Vendere malattie: l’industria farmaceutica e il mercato della malattia.Gli autori dimostrano, con numerosi esempi, che c’è una costante azione, da parte dell’industria farmaceutica, di medicalizzazione della società, al fine di allargare il mercato.Lo studioso della Sanità Gianfranco Domenighetti così descrive le strategie di allargamento del mercato messe in atto dall’industria e dagli altri anelli della rete.“Anticipazione della diagnosi, screening e altre procedure assimilabili, che tendono ad estendere il dominio della malattia sul piano temporale della vita. Abbassamento della soglia tra normalità e patologia, che tende ad estendere il dominio della vita sul piano quantitativo. Attribuzione della qualifica di patologico a condizioni esistenziali comuni, che tendono ad estendere il dominio della malattia sul piano qualitativo”La promozione dello sreening rappresenta probabilmente “il più grosso business per creare nuovi ammalati”, scrive Domenighetti.Tipico è lo screening per il PSA (l’antigene prostatico specifico), che è stato proposto a tappeto in Europa e negli USA a maschi cinquantenni, anche in buona salute, con effetti nulli sul controllo della mortalità per tumore alla prostata, con molti effetti negativi derivanti dalla diffusione ingiustificata della chirurgia della prostata e con molti effetti positivi per i produttori dei test e dei farmaci.


L’ALTRO PILASTRO DELLA SRATEGIA DI MARKETING
è l’abbassamento della soglia che divide il normale dal patologico.Gli esempi li abbiamo sotto gli occhi: la soglia del colesterolo e quella della pressione arteriosa sono diventate talmente mobili verso il basso che si fa fatica a catturare l’ultime limite. Al punto che ormai è frequente sentire cardiologi dire che meno colesterolo si ha e meglio è, stravolgendo la fisiologia e la biochimica, che ci insegnano che questa molecola è essenziale per la stabilità della membrana cellulare e per la sintesi degli ormoni steroidei (ormoni sessuali, cortisolo, DHEA e altri di minor peso).Dal punto di vista conoscitivo, adottare questo punto di vista significa passare dal concetto di equilibrio dei valori (del colesterolo, della glicemia, della pressione arteriosa, eccetera) a quello di nemici interni da annientare.


IL CONCETTO DI SALUTE CHE E’ ALLA BASE NON E’ QUELLO DI EQUILIBRIO
che la persona ricerca in prima persona, ma è quello di difesa dai nemici sia interni che esterni, da realizzarsi con armi che vengono fornite dall’esterno sotto forma di pillole, bisturi e simili.Ray Moynihan, primo firmatario dell’articolo sopra citato, in un suo recente libro fa notare che la decisione di abbassare la soglia del colesterolo in USA, dopo molte traversie, è stata presa nel 2004 da un gruppo di nove esperti federali, di cui otto hanno interessi con le industrie che producono farmaci per abbassare il colesterolo.Le nuove linee guida, solo negli USA, hanno di colpo creato 25 milioni di malati in più, facendo passare da 12 a 36 milioni le persone che dovrebbero ricevere un farmaco per abbassare il colesterolo. Per non  parlare poi delle linee guida sull’ipertensione, per le quali, nel giro di pochi anni, si è passati da una pressione di 90/140 considerata normale a 120/80. Infine nella primavera del 2003, gli esperti chiariscono che se si raggiungono quei valori la persona deve essere considerata in “pre-ipertensione”. Insomma per questi signori, uno per essere considerato sano, dovrebbe stare sempre sul filo dell’ipotensione! Anche qui è ovvio che abbassare la soglia significa alzare la prescrizione di farmaci, e comunque medicalizzare uno stato normale.
Redatto da Pjmanc http:/ ilfattaccio.org

venerdì 20 dicembre 2013

A Londra i droni che uccidono a Gaza. Il governo britannico firma un accordo con la Elbit. (divieto di sapere). di Emma Mancini

Il governo britannico firma un accordo con la compagna israeliana che produce gli aerei senza pilota responsabili della morte di 800 civili gazawi.
 Gerusalemme, 13 dicembre 2013, Nena News - Il Regno Unito approfitta dei test militari israeliani e acquista i droni che a Gaza hanno provocato centinaia di vittime. Non è certo una novità: l'industria militare israeliana pubblica e privata vive una costante primavera, grazie allo sviluppo di nuove tecnologie regolarmente testate contro la popolazione palestinese, Striscia di Gaza in testa.

E gli affari con acquirenti europei ed internazionali sono sempre floridi. Ultimo in ordine di tempo l'accordo firmato dal governo britannico per lo sviluppo di un nuovo drone, Watchkeeper, prodotto dalla compagnia israeliana Elbit System. A darne con preoccupazione l'annuncio è stata l'associazione War on Want, impegnata in campagne contro la povertà e la guerra: Londra produrrà i droni israeliani testati contro Gaza e lo farà in collaborazione con una compagnia militare israeliana. L'associazione si è subito rivolta all'Unione Europea chiedendo di implementare un embargo militare contro Israele e i produttori di armi, così da bloccare anche l'accordo tra Londra e la Erbit.

Il Ministero della Difesa inglese ha firmato una serie di contratti per lo sviluppo del progetto di lungo termine Watchkeeper: 54 droni per un valore totale di un miliardo di dollari. Droni che saranno costruiti secondo il modello Hermes 450 della Erbit, che l'aviazione israeliana ha più volte utilizzato contro la Striscia di Gaza. Il numero di vittime gazawi, uccise da droni tra il 2006 e il 2011 - secondo War on Want- ha superato quota 800 persone.

"Sostenendo il commercio di armi con compagnie israeliana, il governo britannico manda un messaggio chiaro di approvazione delle aggressioni israeliane contro il popolo palestinese - ha commentato Rafeef Ziadah, direttore di War on Want - E l'Unione Europea manda un messaggio simile attraverso i fondi per la ricerca girati alle industrie di armi israeliane".

Londra si è subito giustificata: "Watchkeeper non è armato, è un sistema aereo pilotato a distanza che fornirà alle truppe di terra sorveglianza, ricognizione e servizi di intelligence che aiuteranno a evitare morti civili e militari", ha detto un portavoce del Ministero della Difesa britannico.

Bruxelles evita di commentare, proseguendo su una linea politica quantomeno ipocrita: da una parte critica la colonizzazione dei Territori Occupati e le violazioni dei diritti umani del popolo palestinese da parte di Tel Aviv e dall'altra firma accordi commerciali e culturali con il governo israeliano. Da una parte traccia linee guida per impedire agli Stati membri di fare affari e garantire finanziamenti a aziende e istituzioni che operano nelle colonie, e dall'altra tace sugli accordi bilaterali commerciali e militari firmati da molti dei suoi 28 membri.

E a fiorire è la potente industria militare, fatta di compagnie private e società statali: in Israele ben 6.784 imprenditori privati si occupano di esportazione di armi. Un numero a cui va aggiunta l'industria statale e che garantisce ad Israele di raggiungere il sesto posto nella classifica dei maggiori esportatori di armi al mondo, scavalcando Canada, Cina, Svezia e Italia. Nel 2012, secondo un rapporto del quotidiano israeliano Ha'aretz, il valore totale delle esportazioni israeliane di armi è stato pari a 7 miliardi di dollari (+20% rispetto al 2011).

A rendere tanto appetibile la produzione militare israeliana è l'alta tecnologia, a cominciare proprio da quella sviluppata per la produzione di droni e sistemi di difesa anti-missile, entrambi ampiamente testati nell'ultima offensiva militare contro Gaza: a differenza della sanguinosa Operazione Piombo Fuso (dicembre 2008-novembre 2009), durante la quale gli iniziali bombardamenti aerei sono stati seguiti dall'invasione via terra, a novembre del 2012 l'operazione Colonna di Difesa è stata gestita solo dall'aviazione, attaccando Gaza quasi esclusivamente con i droni, aerei senza pilota, che hanno permesso così ai soldati israeliani di non aver alcun tipo di coinvolgimento diretto nell'attacco. Nena News

venerdì 13 dicembre 2013

C'È UNA GUERRA SOTTOBANCO IGNORATA DALLA COSIDETTA CIVILTÀ!













Ci sono 36 nazioni che oggi si trovano in questa condizione in Africa, Asia e Medio Oriente.
Tra queste ci sono Messico, Bolivia, Mauritania, Ghana, Marocco, Algeria, Tunisia, Libano, Libia, Somalia, Kenya, Madagascar, Israele-Palestina, Egitto, Arabia Saudita, Kuwait, Emirati Arabi Uniti, Oman, Giordania, Azerbajian, Iraq, Iran, Siria, India, Yemen, Pakistan e Corea del Sud
  • Un miliardo e 800.000 persone non hanno un adeguato rifornimento d'acqua
  • un bambino di un paese sotto sviluppato consuma acqua da trenta a cinquanta volte in meno di quanto ne consuma un bambino dei paesi industrializzati
  • dai 5 ai 10 milioni di uomini e bambini muoiono a causa di malattie dovute all'inquinamento dell'acqua: colera, tifo, epatite, dissenteria, gastroenterite ed altre malattie
  • a ben un quinto delle bambine e dei bambini del mondo manca l'acqua.
Mappa scarsità acqua
  • Nell'Africa Orientale, un bambino ogni 15 secondi muore per il mancato accesso all'acqua potabile, soprattutto nei primi 5 anni di vita
  • in Somalia, in cui il 71% della popolazione non ha accesso all'acqua potabile, 1 bambino su 7 muore prima di aver compiuto un anno
Ogni anno, sempre in Africa, sono approssimativamente 443 milioni i giorni di scuola persi da bambini e bambine, poiché si spostano di frequente con le famiglie a causa della mancanza d'acqua o perchè sono costretti a saltare le lezioni per accompagnare il bestiame ad abbeverarsi.
Ogni giorno le bambine africane percorrono circa 6 km per approvvigionarsi d'acqua, trasportandola poi in contenitori dal peso di circa 20 chili, con conseguenti danni alla spina dorsale e al bacino.
In periodi di particolare siccità, in Kenya, aumentano anche i matrimoni di bambine, che spesso non hanno più di 10 anni e vengono date in moglie in cambio di cibo e acqua.
tratto da Save the children
  • La regione comunemente individuata come MENA, ovvero la regione del Medio Oriente e Nord Africa, è senza dubbio una delle più aride al mondo, dove, in oltre 5000 anni di storia, l'acqua è stata spesso oggetto di guerre e conflitti più o meno localizzati.
    Il controllo, l'impiego e la ripartizione delle risorse idriche continuano a scatenare ancora oggi tensioni tra gli Stati e tra le popolazioni di quell'area.
I tassi di crescita demografica vicini al 3% annuo, uno sviluppo economico che stenta a decollare, gli investimenti stranieri che ristagnano da tempo a causa delle tensioni etniche, politiche e religiose stanno determinando una competizione crescente tra i governi della regione per accaparrarsi le limitate risorse idriche dei tre bacini fluviali più estesi, il Nilo, il Giordano e il Tigri-Eufrate.
tratto da Le dispute idriche in Medio Oriente
  • La scarsità d'acqua è un problema grave in tutto il Medio Oriente.
In nessuna parte del mondo tutto ciò è clamorosamente evidente quanto nei Territori Palestinesi Occupati.
La popolazione palestinese è la metà di quella israeliana, ma consuma soltanto il 10-15 per cento dell'acqua che viene consumata in Israele.
In Cisgiordania, i coloni israeliani usano una quantità di acqua pro capite quasi nove volte maggiore di quella che usano i palestinesi.
I palestinesi patiscono una delle carenze idriche più gravi del mondo.
Per paesi come il Bangladesh, che dipende dall'India per il 91 per cento delle acque usate per irrigare le piantagioni e rigenerare gli acquiferi, i vantaggi di una cooperazione in materia idrica sono evidenti.
Per altri paesi, la consapevolezza della necessità di cooperare è arrivata fin troppo tardi.
È il caso del lago d'Aral, nell'Asia centrale.
tratto da Lo spettro delle "guerre per l'acqua" distoglie
dalla necessità urgente di cooperazioni transfrontaliere
  • Grandi fiumi come il Nilo, il Gange, il Colorado, ... stanno progressivamente riducendo la loro portata d'acqua.

il Nilo il Gange il Colorado
Il Rio delle Amazzoni, ad esempio, dieci anni fa in alcuni punti era largo 1300 metri e profondo quindici, oggi gli stessi punti sono larghi 20 metri e profondi 50 centimetri.
Come si muore di sete?

"La disidratazione inizia quando il nostro corpo ha perso circa 3-4 litri di acqua e, se non si corre ai ripari, si va incontro alla morte per sete.
Dapprima la testa comincia a girare, la pelle diviene secca, compare un po' di febbre e si avverte un crescente senso di irritabilità e disorientamento.
Quando la perdita di liquidi arriva a 8 litri, la lingua è così gonfia che è difficile deglutire e non solo non si riesce a camminare, ma le forze non bastano neppure per trascinarsi strisciando sul terreno.
Poi la pelle si disidrata tanto da spaccarsi, mentre i reni e il fegato non funzionano più.
La febbre sale, perché il corpo non riesce a mantenere costante la propria temperatura interna. Infine il sistema nervoso perde la capacità di controllare il ritmo del respiro e il battito del cuore. Sopraggiunge il coma e quindi la morte" .
Tratto da: Vandana Shiva, Le guerre dell'acqua, Feltrinelli, Milano 2003, p. 107
Inizio 
 FONTE http://www.griffini.lo.it/laScuola/prodotti/risorsaacqua/moriresenzacqua.htm

mercoledì 11 dicembre 2013

Vendola: «Con Renzi bisognerà parlare... intendersi...» di Dino Greco

Nichi Vendola, come un consumato saltimbanco della politica, dopo l’esito delle primarie del Pd, ricalibra il giudizio sul vincitore. Sentite come il mentore della ’sinistra di sua maestà’ commenta la vittoria dell’enfant prodige democratico.’’Renzi? Un ciclone che chiude completamente un pezzo di storia politica italiana, liquidando un’intera nomenclatura politica. Con Renzi bisognerà parlare, intendersi, ma credo che oggi si sia creato lo spazio per la nascita di una nuova Sinistra’’. Cosa vorrà dire, questa volta, il capo di Sel, volubilissimo su tutto, in materia di alleanze e non solo, tranne che sulla chiusura a sinistra?
Ricapitoliamo. Una volta, ma non troppo tempo fa, diciamo a ridosso delle primarie del Centrosinistra, siamo nel novembre del 2012, il sindaco di Firenze era per Vendola il peggio che si potesse immaginare: "Lui incarna l’inciucio sublime, quello tra sinistra e liberismo. E’ il propugnatore di tutte le ricette che hanno sfinito e sfibrato la sinistra in tutta Europa. E’ ambiguo sui nodi della pace e della guerra nel mondo. Essere ambiguo su questo e non indignarsi perché c’è un popolo (quello palestinese, ndr) che è prigioniero è sintomo di subalternità ai poteri forti che caratterizzano questo singolare rivoluzionario".
Queste le parole, poco più di un anno fa, del governatore pugliese, che così continuava: "Renzi non ha bisogno di prefigurare alleanze con Casini, Renzi è Casini". E ancora: "“In lui c’è una marcata adesione a modelli culturali che io penso debbano essere rottamati: Renzi è idrolitina nell’acqua morta della politica, è il juke-box delle banalità, delle piccole litanie qualunquiste, il suo atteggiamento è violento, fatto di contumelie» ». Ma già nell’agosto del 2013, todo cambia , come nella canzone di Mercedes Sosa. Perché? Perché il sindaco fiorentino brucia le tappe, cresce nei consensi fra il popolo del Pd e l’uomo di Terlizzi fiuta l’aria, avverte che il vento sta rapidamente cambiando. E si adegua, come sempre. «Più si è lontani dal governo Letta - dice, infilandosi nella competizione in casa democrat - e più si è vicini alle mie posizioni. E Renzi ha un impatto destabilizzante nei confronti dell’alleanza con Berlusconi». E ancora: «Lo sforzo di cambiamento di Matteo Renzi è reale, non va ridotto a pura fiction». Ma come, e la vocazione inciucista, e il criptoliberismo, e la superficialità da guitto? Macché, acqua passata. E il Renzi ’subalterno ai poteri forti’? "Mai detto", chiude con bronzea disinvoltura il capo di Sel, ormai deciso a saltare il fosso: "Mi sento vicino a Renzi", dice, creando un discreto sconquasso fra le sue file.
Quelli più seri dei suoi stramazzano: «Ma come? Che ci facciamo noi con Renzi, che vuole eliminare l’articolo 18, che fonda la sua campagna sulla tutela dei liberi professionisti, che ruba voti a destra ed è quasi un Berlusconi di sinistra?». Ma nel mercato fluttuante della politica-politicante questi sono futili dettagli. Insignificanti. Quello che conta è stare dentro il cerchio, non isolarsi, perché prima o poi alle urne si torna, e con un Renzi irriducibile bipolarista ed iper maggioritario, se si tira troppo la corda si rischia di restare a secco, visto il rapido declino della popolarità di Sel. E il Renzi ’subalterno ai poteri forti?’ "Mai detto", risponde Vendola, che dopo l’ultima kermesse della Leopolda rende esplicito l’endorsement: "Apprezzo lo sforzo di Renzi di rinnovare il linguaggio.
Lui occupa uno spazio che la crisi delle nomenklature post Dc e post Pci ha reso gigantesco. Nel suo discorso ci sono cose nuove e cose che hanno a che fare con la trasformazione culturale italiana». Insomma un fior d’innovatore, questo Renzi.
Ora che il nuovo segretario del Pd ha stravinto le primarie, Vendola tenta un altra furbata: collocarsi in un’area mediana che apre all’accordo con Renzi ("bisognerà intendersi con lui", dice), auspicando nello stesso tempo "la nascita di una nuova Sinistra", o piuttosto, e più modestamente, sperando di mettere all’incasso l’adesione di qualche militante democratico sconfortato o deluso per la deriva centrista del suo partito. Esodo del tutto inutile, se poi Sel lo reinveste nel centrosinistra.