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domenica 31 dicembre 2017

Da uomini liberi

Crolleranno d’improvviso
avvertiranno nuove sensazioni
e da uomini liberi occuperemo
un’altra stella, tratteremo con il cielo;
e da uomini liberi pregheremo
su un cuore di ghisa attorniati da fantasmi.

Crolleremo d’improvviso
sentiremo vibrare i sensi,  dei bimbi le urla
e da uomini liberi pretenderemo
la coda  funebre per tutti i delitti;
e da uomini liberi mangeremo
nello stesso piatto gli avanzi rubati.

Crolleranno d’improvviso
mentre tra le braccia terremo la loro testa
e da uomini liberi chiederemo perdono
alla felicità per averla accantonata, sciolta;
e da uomini liberi perseguiremo
i nostri migliori amici, il nostro talento.

Crolleremo d’improvviso
nel sentire il rumore dell’agguato
e da uomini liberi spareremo tre colpi
in aria, due a terra, l’ultimo ad altezza uomo;
e da uomini liberi sceglieremo
la tomba più al sole, meno viva, meno in vista.

Da  uomini liberi non conosceremo i veri nemici
da uomini liberi viaggeremo con lo stesso collare
dentro lo stesso schizzo, dentro gli stessi colori.

( Antonio Recanatini)


venerdì 29 dicembre 2017

Se non ci fossi stata tu

Se non ci fossi stata tu
girerei ancora a vuoto,
ogni carta
giocata sarebbe andata in fumo

ogni paura
gioirebbe nel vedermi sepolto.

Il giorno smonterebbe la scena madre
prima della notte
e lo spirito scivolerebbe
nel baratro accaparrato
per tenermi in vita.

Se non ci fossi stata tu
non conoscerei
la gioia del ritorno
il ronzio della passione
il morbido impatto con le tue guance.

Il tempo con te è stato già scritto e copiato
siamo protagonisti
mentre la storia scorre,
mentre confondi le giornate di sole con
il vento.

Se non ci fossi stata tu
a scalciare le trappole
a ridipingere l’altra faccia rimasta sospesa
forse non pretenderei il disperso
il negato.

Rimarrei a
contare sulla disponibilità dei buoni
le amare consolazioni darebbero spettacolo.
Se non ci fossi stata tu
a contenere le mie pene
a colorare le stanze nude
io  camminerei nel buio
ancora ad occhi chiusi

(Antonio Recanatini)

domenica 12 febbraio 2017

Festa risorgimentale (1986)

Modelle e modellini sparsi,
vestiti lunghi, stucchevoli, abominevoli.
Rossetti in bella vista e oro di contorno, 
la bella società riesce a far ribrezzo
anche quando tace e si nasconde.
Gira un prete in sala, insieme al suo discepolo.
Il futuro va plasmato, il ricco non può morire.
La Festa risorgimentale porta la corona,
circola nell’avidità, non reprime il vizio,
perché il suo è dedizione, passione.
L’onore accoglie il principino dentro un salone.
Il fetore ha il prezzo di un profumo,
poco rimane di ciò che non ha senso
come qualsiasi discorso inutile,
di uomini inutili, insensati, da odiare.
Roviniamo la festa risorgimentale,
rendiamola schiava della verità.

lunedì 16 novembre 2015

MONOLOGO DI UN ETILISTA (Terza parte )

Terza parte

MONOLOGO DI UN ETILISTA


Antonio Recanatini
parte terza
Giusi rimase a dormire dal maestro.   Ogni tanto era lei a cercarlo, quando aveva bisogno di calore umano. Quell’omino così turbato si mostrava  un amico sincero, difficile da capire, ma non l’aveva mai insultata e non si sarebbe mai permesso di vietarle di fumare troppo.
Al  mattino si svegliarono nello stesso letto, Renato si alzò per primo, nonostante i giramenti di testa e lo stomaco in subbuglio.  “Buongiorno Giusi”, “Buongiorno Renato”.
Qualcuno, nel vederli, li avrebbre scambiati  per una coppia datata, invece si vedevano   una volta al mese, anche meno.  Il maestro si diresse in  bagno, certi impegni non sentono l’obbligo di aspettare momenti migliori. Ne approfittò  per farsi la doccia, la barba e  mettere una tuta di cotone. In  camera,  Giusi già teneva tra le mani la prima sigaretta del giorno.  Renato si distese di nuovo sul letto e chiese “mica è successo qualcosa di grave ieri sera?-
Ella scoppiò a ridere, le piaceva  ironizzare sul sue non prestazioni “Finita la prima bottiglia, hai recitato  il tuo solito monologo, nient’altro. Ma come fai a vedere questo amico immaginario? Chi è questo Massimo?-
La domanda era logica e scontata, la risposta, invece,  complicata. Soprattutto spiegarlo a una donna alla mano, essenziale  come lei, semplice e leale, ma non si perse d’animo. “Provo a raccontarti come viene,   Massimo è il nome di un Compagno con cui ho litigato migliaia di volte. Ti spiego meglio, un periodo della mia vita ho fatto il ribelle nei movimenti studenteschi dell’epoca. Andavamo a prendere i fascisti sotto casa, rubavamo ai ricchi per dare ai poveri. La gente di questa nazione era  diversa, eravamo  sempre  in tanti. Dopo qualche anno  beccarono me e altri Compagni, durante una manifestazione  finita a sassate. Carcere duro, poi riabilitazione. Lui mi pungolava sempre, non era mai  d’accordo, eppure il giorno dopo si presentava prima degli altri”.
Normalmente Giusi   si sarebbe accontentata.  Quel mattimo, a bocce ferme, pretese un racconto “dimmi qualcosa che ti ha fatto male”. Renato la prese a ridere “le tante donne passate  nella mia vita, mia moglie, i miei figli che non vedo da anni e anni”.
Giusi conosceva abbastanza quel periodo, voleva tornasse ancora indietro “Dimmi qualcosa di quel periodo da ribelle, qualcosa che ti  ha lasciato il segno”.  Renato non dovette pensarci sopra, aprì immediatamente la bocca “Ricordo perfettamente il primo arresto. A quel tempo non ero abituato alle manette, quando sentii il rumore della chiusura, la mente scivolò al pacchetto di cerini rimasto in tasca. Se fossi stato fortunato mi sarei imbattuto in  una bottiglia piena di benzina, ma ormai mi avevano ammanettato. E’  strano, sai?  Solo nel momento dell’azione mi accorsi quanto dolore provocasse  l’essere ammanettati, con le mani dietro la schiena e le divise ai fianchi;  io impotente, loro armati e in tanti. Accesero le sirene, allora  mi venne istintivo chiedere  “che senso ha fare la scena? Ormai mi avete preso”. Il più giovane, forse il più stronzo, mi rispose guardandomi sicuro di se’, armato e io ancora in manette “facciamo festa, quando si arresta un comunista è sempre festa”.
Nel sentire quelle  parole, la sua amica si alzò in piedi e inveì contro il mondo intero “pezzi di merda loro e tutti quelli che fanno la spia. Fanno schifo, schifo, schifo!”
Renato la strinse a se’ , deciso a fornirle una parte del  calore rimasto, ma lei insistette “perchè sei diventato comunista, allora? Spiegamelo in parole povere”.  Quella domanda diretta lo prese alla sprovvista, se l’avesse posta un giovane del liceo o uno studente universitario, avrebbe potuto sviolinare Brecht, Hikmet, qualche spunto di Lenin.
Con lei no, doveva parlare dei suoi sentimenti.  Prese tempo e servì un bicchiere di rosso;  certe usanze vanno  rispettate tra gli etilisti, soprattutto  al mattino. La risposta giunse con un filo di voce, mentre Giusi, ormai, s’era  aggrappata  a ogni respiro che usciva dalle sue labbra “bella domanda Giusi! Ho sempre creduto che l’unione dal basso, della gente di strada con i padri di famiglia, gli operai, i cittadini onesti,  ci avrebbe portato alla lotta armata. L’abolizione della proprietà privata, volevo questo  e ci credevo fino a farmi arrestare. Credo sia inutile dirti che questo sogno l’hanno interrotto i traditori. Gente che,   arrivata al potere, ha cambiato pelle, li chiamavamo gli opportunisti”.  Giusi si fece ancora  più curiosa, davanti al mosaico illustrato “secondo me, chi pensa di cambiare gli altri è un malato.  Dovrebbe farsi curare lui e non gli altri”.  A Renato parve sensata quella risposta, trovava più verità in quelle parole, che in quella di tanti Compagni “Giusi,  è   tutto dissolto, come si dissolvono gli amori estivi.  Rimane la mia foga, il bicchiere e Massimo che viene a punzecchiarmi. Ieri mi ha detto “volevamo realizzare  grandi sogni, invece ci  accontentammo del contratto nuovo per i lavoratori. Prima sognavamo la dittatura del proletariato, adesso andiamo a pregare il padrone per  un lavoro sotto pagato, lottiamo per avere un parco pubblico. Non ci sono più grandi sogni, viviamo nella solitudine, praticamente abbiamo fallito. E’ tutta qua la mia storia da Comunista!-
Si sdraiarono sul letto nella speranza che Renato trovasse l’ispirazione per baciarla, come lei desiderava da tempo. Lui scivolò nel lucubre mondo di rimorsi e ira da svendere, dimenticando Giusi e il suo fisico imponente  “mia moglie e i miei figli dicono che vivo di sogni perché sono un alcolizzato, in realtà sono un alcolizzato perché non sogno più, ho perso il sogno. Eppure darei ancora la vita per quell’ideale. Sono un residuo, un avanzo, un sopravvissuto in questo poligono di tiro a segno, che chiamano capitalismo. Lo sei anche tu, ormai lo siamo tutti!”
Giusi, da attenta osservatrice, lo travolse con una domanda, a cui non sapeva rispondere   “quindi, niente più sogni, è finito tutto?-
Antonio Recanatini
Poeta, scrittore.
La sua poesia è atta a risollevare il sentimento della periferia, all’orgoglio di essere proletari e anticonformisti.
http://www.blog-lavoroesalute.org/monologo-di-un-etilista/

martedì 13 ottobre 2015

Una bellezza da deturpare

Ad Ankara hanno ucciso la bellezza del mondo
La folla brillava per illuminare il sogno di una storica pace
c'era un imbianchino vicino alla figlia del dottore
poco dietro un dirigente comunista ad alimentare il coro e
un barista giovane insieme all'insegnante di sostegno.
Ad Ankara hanno ucciso la bellezza del mondo
il padrone e il suo lecchino hanno colpito a caso.
L'affronto violava le ambizioni degli eletti a forza
troppa gente, troppa verità, troppi pugni chiusi
troppi sogni e troppo amore girava in quelle strade.
Il potente parlava di male ricomposto e
la chiesa gridava allo scandalo, il portaborse non sapeva.
Ad Ankara hanno ucciso la bellezza del mondo
i giovani scortavano gli anziani, il sorriso colorava il cielo,
la terra trasudava gioia e stupore nell'accogliere il sogno,
il velo accanto ai capelli lunghi e ricci, la croce senza spada.
La gente usciva in strada ad applaudire,
poi il botto, le urla, il sangue, il fumo, il pianto, la paura e
la notizia: oggi, anche ad Ankara hanno ucciso la bellezza.

lunedì 7 settembre 2015

L'amore dannato

Chiudimi la porta e allontanami
spingimi via, così come ti viene.
Toglimi il saluto, toglimi lo sguardo
non leggere più le mie parole,
non rispondere più quando ti chiamo.
Sparami come ti riesce meglio
cospargi di benzina ogni mia idea
e accendi quel fiammifero risparmiato,
rilancia le tue occhiatacce e urtami.
Giura sulla tua inquietudine, sul tuo odio
e ripetimi ancora che vuoi partire,
che questo amore non funziona
che non funzionano più i lamenti.
Abbandonami per strada sotto il diluvio
perdimi e mostrami la tua decisione,
dammi le tue ragioni e dimmi
"da domani non voglio nemmeno
sapere che esisti o che respiri da re".
Ma lasciami le medicine sul comodino
e lascia un po' di disordine in giro,
il bicchiere di vino appena assaggiato e
il pane morsicato e le briciole sotto il tavolo,
Non chiudere la porta dello stanzino e
di notte, se piove, se fuori c'è la guerra
fammi sentire che sei rientrata.
Non abbassare le serrande e
non chiudere le tende, mi basta l'ombra,
mi basta un soffio per sapere del tuo amore.


(Antonio Recanatini)

martedì 1 settembre 2015

Un castello di smanie di Antonio Recanatini

Entra in questo mio castello, l'avevo messo da parte per te.
Entra e vedrai,  i fiori ci accoglieranno all'entrata
stringimi la mano.
Nell'angolo di una sala ci saranno dieci cantanti a rigar il cuore 
e cento poeti a dedicare strofe,  verranno anche dei gatti,
seguimi e ascolta, seguimi e sorridi, seguimi e amami.
Ho comprato del vino,  andremo  a bagnar il piacere.
Di là  ci sono  due guardie dipinte e un blasfemo a ritmare il passo di danza,
chiameremo le comparse e qui diventeranno attori,
nella stanza dopo c'è un quadro scuro che non sa di niente
nelle pareti vedrai  le mie parole dedicate a te.
"Volerei se tu volassi, piangerei se tu piangessi,
la tua forma è  un'ombra delicata sopra l'anima
accenderai  tutte le luci del cuore, sarai l'unica regina".
Adesso sali sopra con me, corriamo, corriamo, mio amor
qui c'è l'angolo della disfatta, ci sono crisantemi e vecchi armadi,
qualche volta sono venuto qui quando mancavi, quando ferivi.
Senti queste chitarre? Sono dei  gitani che ho invitato per l'evento
son venuti con  le loro donne a ballare, hanno  le gonne lunghe e i nastri nei capelli,
l'odore che senti proviene dal pesco che vive in giardino.
Vieni voglio mostrarti la stanza affianco,  tienimi la mano,
qui vedrai le barche affondate e tante anime in cerca di destinazione
tanti figli rimasti impigliati, tu mi aiuterai a liberarli e ai loro bambini
insegneremo i giochi che tu stessa inventavi, perché sapevi che nulla scende dal cielo.
Vieni, seguimi ancora, ancora amore mio e stringiti a me
lascia passare questi ladri, hanno le sacche piene di doni e cibo
saranno distribuiti a chi ne ha bisogno e guai a chi disente, a chi obietta.
Lassù ho lasciato la parte di cuore mancante e me ne scuso, amore mio
non sono mai stato troppo sano,   è stata la vita a tenerlo occupato,
è stata la vita ad averlo consumato, mancava  uno stregone a cui rivolgersi.
Dietro quella porta chiusa, invece,  sono rimaste le buone idee e i buoni propositi
qualcuno li ha imprigionati, qualcuno ha deciso di rinchiuderli per sfinirli, deturparli;
con te voglio cercare le chiavi, voglio sfondare quel muro e farli lievitare nell'aria.
Entra qui, c'è un mare intero per i pesci venuti a galla, stanno facendo festa
credevano di morire e adesso sperano, come se morire e sperare non avessero
lo stesso urlo, la stessa perdita, la stessa fine; come se non bastasse un altro oceano.
Vieni, non fermarti, vieni a vedere quanti vecchi stanno ricordando l'amore della vita
la fortuna d'essere nati, di poter raccontare e sognare d'esser stato un altro, guardali
non hanno i capelli bianchi, non hanno rughe e ridono di cuore, parlano di cuore.
Sali, sali con me, sopra c'è una  cartomante, nessuno racconta il falso meglio di  lei
vengono in molti a trovarla e lei regala a tutti un futuro luminoso, un amore e dei gadget;
nel salone a fianco ci sono cinque contadini che controllano il raccolto e sbraitano sempre.
Questa stanza azzurra è il luogo dove si perdono gli amori, dove spariscono i sogni e
rimane solo un'amarezza, non si curano i dolori, ma molti credono sia il posto giusto
ci sono solo fiori appassiti e piante morte, alberi falciati e rami secchi come la noia.
Qui, il nostro amore è di troppo, loro hanno un dio con cui studiare la nuova guerra,
a noi rimane solo il tempo di amarci, non possiamo perderci in questo spreco.
Passeremo sul balcone la notte, c'è una prato immenso e foglie cadute a caso
sopra, in  alto, stelle filanti e fumo rosso a disegnare nuove forme di vita;
dormiremo sulla neve, non sentirai mai freddo con me,
non ti sentirai mai appagata; avvolgimi,  non val la pena morire.

mercoledì 24 giugno 2015

Il poeta

"Il poeta deve contrapporsi alla religione, deve ricordare al povero che rubare ai ricchi non è peccato, che vendicarsi di un compagno picchiato è giustizia, che odiare i privilegiati è un suo diritto. Egli deve ricordare all'uomo che non esiste amore impossibile, non esiste un giorno del giudizio, ma il giorno del rigurgito e della rivolta. Il poeta è colui che viola le norme a favore del proletario, colui che scardina l'ipocrisia e bombarda la mediocrità, irriverente verso il patinato. 
Tutti gli altri sono stati divi, non poeti".

(Antonio Recanatini)


martedì 23 giugno 2015

Figli di papà made in Italy

A proposito di un paese senza dignità, leggo che molti italiani difendono il figlio di papà Corona, quello che è stato rilasciato. Non so dove siete nati, ma dalle mie parti uno che ha una miriade di condanne come lui, va in carcere e ci rimane vent'anni. Chi pensa che è in carcere per aver fatto solo due scatti dovrebbe farsi anche lui un paio d'anni di isolamento. Buoni con i privilegiati e cattivi con i deboli, dovreste schifarvi di tutto ciò, dovremmo fare una rivoluzione solo perché la magistratura condanna chi dice "paese di merda" e sorvola su chi parla di ruspe contro gli immigrati. Rivoluzione, rivoluzione o sarà fascismo, buona serata a tutti!

IL MIO PAESE, LA MIA TRAGEDIA
Il mio paese è la mia tragedia.
Colline, montagne e
spiagge ridicole e
abbietti sulla scena,
tantomeno paese,
tantomeno nazione
ma di certo
un putrido misfatto irrisolto.
Un attentato alla civiltà e
imbiancato
da vesti sacerdotali
con turpi tappeti
a copertura
di squallidi e
convulsi trattati.
Un sangue acido e corrosivo
tra Europa e Africa,
armata e
mai e poi mai
distinta in evoluzione.
Lasciarti è dovere
per chi ama,
lasciarti è il giusto rimedio
per non incontrarti più e sola
e funebre
tra briganti collusi
e oscurantismo assicurato
per memoria e cultura.
Un popolo assetato
di giustizia ma
imprigionato e manipolato
da contrabbandieri
della verità e
della passione venduta
per un posto dove il sole non arde.
Non servi a te,
non servi al tempo
che una rivolta possa
colpirti di notte
e ritornare
a splendere come stella
nell'universo che
ti ha scordato.
Il mio paese è la mia tragedia.


venerdì 5 giugno 2015

ragione. Racconto per Lavoro e Salute MONOLOGO DI UN ETILISTA

ragione. Racconto per Lavoro e Salute

MONOLOGO DI UN ETILISTA.

Pubblicato da 

“Chissà cosa direbbero di me se sapessero che ho la fissa per il lato b delle donne?  le faccio passare avanti, non per galanteria, solo per ammirare quel fantastico disegno accennato”
Quella  era una sera un po’ diversa dalle altre, Renato pensava a tutto ciò che il mondo definiva miseria umana, ai pensieri reconditi, a ciò che nascondeva come fosse una malvagità.
Solito bar, solito scaffale, solito specchio “portami una caraffa di vino, Daniele”.
Nel bar non c’era tanta gente, spiccava Elena, la più pazza del quartiere, in attesa della notte per potersi mascherare e offrire il  suo bagaglio sensuale, poco più in là, sedeva  Enzo l’avvocato e Michele lo spazzino, ambedue distrutti da una storia d’amore, ambedue crucciati, ambedue perdenti; mentre il solito Romeo entrava e usciva,  dopo un colpo di wisky diretto al fegato o quel che ne era rimasto.
Renato salutò tutti alla fine del  terzo bicchiere, prima non avrebbe avuto senso,  si fece riempire la caraffa e sedette nel suo solito angolo, ormai lo conoscevano tutti e chiunque entrava non badava più tanto a lui.  Come al solito l’amico dei ricordi, l’amico mai nato di nome  Massimo,  sedette di fronte a lui per provocarlo, come solitamente fanno i demoni descritti dai cattolici  “maestro fallito, padre assente, che senso ha avuto per te vivere?”
Renato non alzava mai gli occhi quando rispondeva alle accuse dell’amico, non lo fece neanche quella sera  “ogni sera le stesse domande, ma che vuoi? Ho fatto il 68… io, ho scioperato per i diritti dei lavoratori, ho lottato onestamente, sono gli altri ad avermi tradito. Rimani solo tu, che vieni a interrogarmi, mia moglie non c’è e non dirmi che è colpa mia.
 Sai… stamattina pensavo ai giochi pericolosi, quando volevamo scannare i perbenisti, a quando tu e gli altri pensavate di prendere  Roma e proclamare la dittatura del proletariato; credevamo  di poter battere qualsiasi esercito, ma eravamo davvero mille, non come la favola su Garibaldi.  Io sono stato un vero combattente, un vero animale da guerriglia, anche se mi vedi basso… io so anche  essere alto, ma mai troppo alto. Vedi Massimo, tu vorresti sapere se tutto ciò ha avuto senso… Mi fai ridere, sai quante cose senza senso ho fatto?   Non  conto più le volte che ho abbracciato le cause perse, qualcuna l’ho portata fino allo spasmo. Non voglio,  non ho cercato  onori… io.
Siamo italiani, tu non sai quanto mi sembra  assurdo definirmi italiano… Ma lo  vedi quell’esercito attaccato ai cellulari? Quei ragazzi con le cuffie che parlano da soli? Parlano, ridono e promettono impegno, poi se la squagliano quando il gioco si fa duro… E quelle mamme che litigano con la maestre perché pensano di aver un genio come figlio?  Sono sempre le stesse, tutte uguali, al passo con la moda, rossetto grottesco e  ignoranza incorporata, eppure sono convinte di saperne più dei professori e, invece, pendono dalle labbra di un figlio straviziato e un po’  stronzetto. Ma non li vedi quando litigano per il calcio? Eh,  il calcio…   ancora capisco come fanno a credere nel calcio, a credere nella coscienza dei ricchi, proprio loro che credono in un Gesù che disse -È più facile che un cammello passi per la cruna di un ago, che un ricco entri nel regno di Dio-… forse credono che un cammello possa entrare nella cruna di ago… eh! Te l’immagini?
 Tornando a me, io volevo solo non parlare troppo bene degli Ebrei e degli Stati Uniti, volevo raccontare dello Sputnik… Ma che vuoi raccontare a dei ragazzi che  vedono in tv i telefilm, i film, i racconti e le belle storie su New York?  Manco fosse Roma o Parigi.  Hanno messo sottosopra il mondo, la chiamano nazione, mentre quella è stata un’occupazione illegittima e invece… invece niente, tutto come peggio di prima, tutto come a fine Ottocento… Chissà se qualcuno un giorno lotterà per i suoi diritti? Perché… sai, io li vedo poco incazzati, non come noi!  I governi di qua  vogliono un cittadino che chieda umilmente di mangiare… sai perchè? Perché la carità è borghese, la carità è una beffa per far apparire il ricco un gentiluomo e il povero uno sbandato, se si unissero tutti i proletari del mondo, i potenti lascerebbero il comando senza opporre resistenza…. Tu te li immagini i principini a combattere da soli contro la gente? Sai che risate! Io li immagino con la calzamaglia e la spada a combattere contro operai grandi e grossi. Farebbero una brutta fine, ne sono certo”.
È mattino ormai, lo specchio ha spento l’immagine riflessa, Renato si abbottona  la camicia, riprende  le chiavi, il portafoglio, l’orologio, il cellulare ed esce  fuori, un’occhiata al cielo e il mondo lo porta via, fino alla prossimo incontro.
Antonio Recanatini
Racconto pubblicato sul nuovo numero del periodico lavoro e Salute
http://www.blog-lavoroesalute.org/monologo-di-un-etilista-stati-danimo-e-vissuto-di-sconfitti-dalla-volonta-ma-non-dalla-ragione-racconto-per-lavoro-e-salute/

venerdì 30 gennaio 2015

Gli Alieni di Charles Bukowski


puoi pure non crederci

ma c'è della gente
che attraversa la vita con
molto poco
attrito o
angoscia.
vestono bene, mangiano
bene, dormono bene.
sono soddisfatti della
loro vita
familiare.
hanno momenti di
dolore
ma tutto sommato
nessuno li disturba
e spesso stanno
decisamente bene.
e quando muoiono
è una morte
facile, solitamente nel
sonno.
puoi pure non creder-
ci
ma la gente così
esiste.
anche se io non sono uno di
loro.
eh no, io non sono uno
di loro.
non ci vado nemmeno vicino
a essere
uno di
loro
però loro sono
lì
e io sono qui.

venerdì 23 gennaio 2015

Un altro uomo di Antonio Recanatini

Quando moriranno tutti gli eroi da copertina
quando non copriremo l'odore della pelle con quello dei profumi 
quando mangeremo direttamente dalla terra
quando le privatizzazioni non avranno più senso
quando i potenti rimarranno scalzi
quando saluteremo il sole con una danza
quando il rispetto diventerà rispetto
quando lo scempio rimarrà scempio
quando tutti canteranno nella stessa piazza
quando la verità verrà a galla
quando la donna sarà rispettata come donna
quando l'uomo saprà rispettare l'uomo
quando non ci saranno vittorie da ricordare
quando il brutto non potrà più comprare bellezza
quando arderanno tutte le fedi
be', quel giorno rimarranno in pochi
e tutte le parole pronunciate saranno bandite
e gli umani parleranno un'altra lingua
e disconosceranno i loro antenati
saranno vietate stelle sulle bandiere,
sventoleranno un fazzoletto rosso



lunedì 12 gennaio 2015

NON MI PIACE CHARLIE, EPPURE SPERO RESISTA

Non ci tengo a essere Charlie

Vi vedo all'affannosa ricerca di una maglia

io non la metterei nemmeno fosse l'ultima.

Qualcuno dice che Charlie era libero di esprimersi

aveva coraggio, intuizione, genio e sregolatezza,

Io non considero coraggioso disegnare maometto alla pecorina.

Mi spiace, per me libertà di stampa significa

dire apertamente che la mafia è una montagna di merda,

dire che l'esportazione della democrazia è colonialismo,

dire che gli states e israele sono una minaccia per la pace

e non disegnare culi da violare, troppo spiccia.

Scusatemi, ma non ci tengo proprio ad essere Charlie

non alzerò la penna per sconfinar con la matita.

Non vedevo genialità in Charlie, era scontato, quasi forzato

nulla a che vedere con la filosofia, la poesia e la pittura

non vedevo arte in Charlie, a limite una risata sotto i baffi.

Non condivido la morte e non condivido il battesimo di santi

neanche dei martiri, tanto meno dei divi con la matita.

Charlie non è nemmeno un esempio da seguire

dare risalto alle religioni è come proclamare il loro potere.

Non mi è mai piaciuto Charlie, nemmeno da ragazzo,

non mi sembrava satira e non vedevo nulla di illuminante,

eppure, con sofferenza e affanno, quasi contrariato

ritengo che Charlie debba esistere e resistere, ricominciare.

Voglio avere il diritto di criticare qualcosa di inutile,

voglio poter dire che quel giornale è una stronzata

discutere con chi l'adula, evitarlo giorno, dopo giorno,

però sapendo che in qualche parte esiste e respira bene.

(Antonio Recanatini)


sabato 20 dicembre 2014

Un giovane tranquillo di Antonio Recanatini

Non compratemi con soldi facili
resta poco del degno fanciullo, 
voglio rapire un prete con la sua squillo
voglio  appiccare fuochi nelle chiese.
Resta poco del ragazzo tranquillo
e non ci sto a darla vinta per qualche lira,
le manette non pagano, la rabbia moltiplica
dopo le opinioni degli onesti e dei caramba,
perché questa notte voglio la resa.
Compratemi con soldi facili
purchè possa sfogare i nervi infetti,
resta poco del bambino curioso
sono tutti uguali i risvolti e 
il sommo vorrebbe distogliermi dalla veglia.
Cammino velocemente, sfibrato nelle smanie,
sembra d'essere tra le corna di un ariete
e non tra le gambe di una donna.
Non compratemi con soldi facili
vale oro questa ira, vale dolore,
voglio turbare i sogni dell'inquilina
voglio sputare in faccia al figlio del dirigente.
Resta poco della tregua
e ancora irrompo in questi luridi luoghi
sembrano tutti delle puttane ben vestite,
voglio accedere al lusso di vederli pregare
voglio dissipare ogni dubbio sulla mia disonestà.
Resta poco del galante ballerino
ho prenotato un volo per l'addio.


giovedì 11 dicembre 2014

Io sto bene qui

Io sto bene qui
negli angoli sperduti, tra case diroccate
palazzi sporgenti, nati come figliastri del cemento.
Io sto bene qui
a guardare i musi sporchi e le ginocchia ferite dei bambini,
a discutere con i vecchi e i veri ultimi del sistema.
Io sto bene qui
a quattro passi dal mare e due dai sogni,
tra rifiuti umani e insegnanti disperati, senza tunica.
Io sto bene qui
molto lontano dalla vittoria e molto più vicino al sentimento,
in mezzo a sorrisi senza denti e lacrime essiccate sul viso.
Io sto bene qui
il mondo è fuori portata e la gente non mormora, non giudica
vive stringendo i pugni e accarezzando i figli.
Io sto bene qui
tra coscienze distrutte e lutti generazionali,
dove la polizia non concede sconti e tratta con le bestie.
Io sto qui
non ho rimpianti da ricordare, non ho luci per abbagliare,
non sono il peggiore e neanche il migliore, sono io!

Io sto bene qui
Hai già letto questa poesia
Antonio Recanatini10/12/2014 

martedì 25 novembre 2014

La volontà della commedia di Antonio Recanatini

Quando la commedia non tira più, non interessa e non incarna il senso poetico del tempo, si cambiano gli attori. Vengono scelti a caso, i sostituiti conoscono da tempo il copione, hanno imparato a gesticolare quando la parte lo richiede e a sorridere quando è giusto non apparire troppo seri.
Politica e teatro hanno troppi punti in comune, non solo l'arte della recitazione, spesso le maschere collimano con la vigoria o la stupidità del tempo.
Quando la commedia non tira, il teatro rischia il fallimento, i custodi, i costumisti, i truccatori, gli elettrici rischiano il posto di lavoro. 
Tanto tempo fa era diverso, nel teatro classico di Atene, quando la commedia finiva il suo corso, la sostituivano con un nuovo copione, non badavano troppo alle capacità dell'autore, ma al valore della commedia. Il nuovo copione veniva pubblicizzato nelle strade, nelle campagne e nelle vallate, tanto che gli ateniesi riempivano gli anfiteatri, anche solo per conoscere la nuova commedia.
Il copione non conta ormai, la politica cambia volti, non intenti, tanto meno pensa di dover correggere la parte, il tono della voce, forse fanno un pensiero a una colonna sonora, ma solo a chiusura dello spettacolo, quando la poca gente accorsa rimescola i pensieri e condivide le impressioni. 
Il teatro non tira più, nonostante sostituiscano gli attori con più frequenza, da Berlusconi a Prodi, da Prodi a Berlusconi, da Monti al figlioccio nato vecchio e sempre figlio d'arte, Letta.
Oggi la spuntano due semplici attori d'avanspettacolo, uno più vicino al senso estetico della folla, l'altro è figlio della rozzezza razzista, ma con garbo. Renzi contro Salvini, parlano di tutto, tranne di politica, parlano di tutto, tranne delle problematiche sociali.
La televisione pubblicizza lo stesso copione, i duellanti appaiono armati di spade e pugnali, ma sono zerbini degli stessi e identitici poteri, mostriciattoli lustrati come pagliacci.
Stavolta il teatro non tira più, gli elettricisti e i custodi si sono uniti nella lotta, vogliono che i costumisti si facciano da parte, gli attori senza copione abbozzano un piccolo dissenso. Tutto rientra nel giro di poche ore, i protagonisti si stringono la mano dietro la tenda. 
Il più vicino al senso estetico della folla sorride e dice al razzista di turno "non è importante che non venga la gente a guardare lo spettacolo, l'importante è aver recitato bene", l'altro annuisce e risponde in rima -cosa vuoi che se ne freghino di noi, alla mattanza dei poveri ci pensarono le divise-.
Il custode è stato licenziato, si è impiccato perché non aveva più i soldi per pagare l'affitto, un elettricista è finito in carcere per truffa. Domani ci sarà lo stesso spettacolo in tv, non mancate!